"Avete presente i romanzi hard boiled? Quelle storie di detective cinici che andavano di moda negli anni trenta, sempre persi in storie torbide, tra spietati criminali e femme fatale? Vanessa, adattamento a cura di Testaccio Lab del racconto omonimo di Antonio Amoruso, è una storia di mistero raccontata in un modo che molto deve a quell’immaginario. [Mario Finazzi]

da un racconto di

ANTONIO AMORUSO

 

Adattamento, Regia , Costumi e Sound VITTORIA FARO 

Scene Design ANTONIO PIZZOLA Spazi Multipli 

Light Design FABRIZIO CICERO

Illustrazioni PAOLO CASTALDI

Visual Graphic  DOPPAVU DESIGN 

 

Produzione TestaccioLAB 

Progetto a sostegno di AMREF

 

VITTORIA FARO
MARTINO DUANE 
GIULIA TOMASELLI 
IVAN GIAMBIRTONE 

Il Signor C (Martino Duane) manager potente e senza scrupoli, consulente del parlamento per un progetto di legge sull’immigrazione, si trova improvvisamente coinvolto in una serie di strane circostanze che cambieranno la sua vita.
Mentre è fuori per lavoro perde la madre adottiva, che a causa del lavoro aveva trascurato, e la cosa lo lascia fortemente scosso; decide allora di prendersi un periodo di pausa in un resort in campagna, lontano dagli affari.
Qui, in un’atmosfera rarefatta ed irreale, incontra Vanessa (Giulia Tomaselli) una ragazzina misteriosa e seduttiva che lo trascina in una breve ma intensa relazione che stravolge i suoi sensi e le sue convinzioni.
Una mattina Vanessa scompare senza lasciare traccia..
Ma tornerà improvvisamente nella sua vita attraverso i suggerimenti di un personaggio misterioso, Joahn Baptiste Immeud (Ivan Giambirtone) e il racconto di donna, la Signora P (Vittoria Faro) conosciuta per caso, che narrandogli della figlia Haiwa lo indurrà a pensare che i destini delle due ragazze siano in realtà intrecciati..

Elena D’Elia- Brainstorming Cultural Magazine di 16.06.2016

I due volti di un mistero tra fuga e libertà. Il teatro incontra la solidarietà: immigrazione, integrazione e lotta contro il pregiudizio nella trasposizione scenica del racconto inedito di Antonio Amoruso, Vanessa. Mistero per un thriller dai risvolti oscuri che, legandosi al noir, gioca con la suspance in modo intenso e coinvolgente… Numerosi i pro di Vanessa: la recitazione degli attori; il taglio quasi fumettistico, conferitogli sia dalle scenografie di Antonio Pizzola – Spazi Multipli – sia dal disegno luci; i costumi, semplici ma coerenti con le caratteristiche dei personaggi; il far parlare spesso i protagonisti fuori campo sul sottofondo musicale, che va dal dark alla techno, dando all’intera performance identità e impronta precise. 

 

 

da La Platea.it  di Mario Finazzi 15.06.2016

Quando pulp e messaggio sociale si incontrano a teatro. Vanessa, adattamento a cura di Testaccio Lab del racconto omonimo di Antonio Amoruso, è una storia di mistero raccontata in un modo che molto deve a quell’immaginario… L’elemento più originale e suggestivo della messa in scena di Vittoria Faro ... è di certo l’estetica coloratissima e estremamente estetizzata che richiama certe graphic novel, forse avendo anche in mente esperimenti cinematografici come Sin City: parrucche, vestiti, lenzuola giocano su tinte blu elettrico e rosso, accentuate di volta in volta da un uso delle luci quasi espressionista. 

 

 

da Gufetto.it  di Paola Musolino 16.06.2016

Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? La messa in scena colpisce per il suo taglio cinematografico (anche la protagonista ricorda Uma Thurman in Pulp Fiction), spesso onirico, ed è ricco di citazioni che spaziano dal fumetto (nella grafica si strizza l’occhio a Valentina), alla storia, all’arte…Vanessa è un thriller teatrale dai tratti noir che parla di immigrazione e di integrazione razziale, della ragione che a volte è troppo distante dalle cose ed ha bisogno di un linguaggio intermediato per poter capire e cambiare le cose. E parla anche di adozione: quella di Vanessa, partita dalla Somalia con la sua famiglia, ma giunta in Italia sola dopo il lungo viaggio “coi barconi”, e quella del Signor C, rimasto orfano da piccolo e adottato dalla zia. Ma prima di tutto il testo ci fa prendere coscienza del fatto che “fermare la migrazione è come fermare le nuvole”: non si può, sarebbe come fermare la vita, ferirla, schiacciare e arginare un processo continuo e vitale.

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